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Fava

Già coltivata nell’età del bronzo, nell’antichità era conosciuta ed apprezzata come alimento commestibile, anche se si era circondato di “una macabra nomea”. Nell’antica Grecia si riteneva infatti che Cerere avesse donato ad una città dell’Arcadia i semi di tutti i legumi tranne quelli delle fave, cui era legata la superstizione di “albergare le anime dei morti”, credenza avvalorata anche da Pitagora. Al tempo dei romani, le fave erano una componente importante dell’alimentazione e, durante le feste dedicate alla dea Flora, protettrice della natura che germoglia, i romani le gettavano sulla folla in segno di buon augurio. Nell’antichità storica, per tutto il Medioevo e fino al secolo scorso, le fave secche cotte in svariati modi hanno costituito la principale base proteica alimentare di molte popolazioni del Sud Italia. Attualmente rimane un alimento molto importante nella dieta di diversi popoli del Nord Africa.

Le fave possono essere commercializzate fresche in baccello da sgranare, oppure come legumi secchi destinati alla preparazione di minestre. La coltivazione è diffusa in tutte le regioni del Sud Italia.

Ricca di fibre e proteine è un alimento altamente nutritivo come tutti i legumi, che nel mondo romano ebbero un alto onore: quello di dare il nome a molte famiglie nobili. Difatti, una delle famiglie più importanti della storia di Roma, cioè i Fabi, pare abbia preso il proprio nome dalla fava.

Verdura ottima “in ogni salsa”, la fava si può consumare sia cotta che cruda. Cruda, si accompagna generalmente con del formaggio pecorino, pancetta o salame; cotta è usata invece per la preparazione di zuppe e minestre. Buono a sapersi, no?

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